- Autore: Silvio Bernelli
Il giorno di pioggia in una primavera soltanto nominale sembra strappato alla toccante “Preso blu” dei Subsonica. È la colonna sonora ideale per il nostro incontro con Luca “Vicio” Vicini. Famoso soprattutto come bassista dei Subsonica, è anche leader della rock band 4GOT10, produttore musicale nonché praticante di yoga e arti marziali. Ultimamente, come ci rivelerà in questa intervista, tutti questi aspetti della sua personalità sono confluiti in un importante lavoro di musica da meditazione intitolato “Hsu/L’Attesa”. La nostra chiacchierata comunque non può che iniziare dai Subsonica.
Gli ultimi mesi sono stati molto impegnativi per i Subsonica. L’uscita del nuovo album “Terre rare”, i festeggiamenti per il trentennale di attività che sono culminati con quattro formidabili concerti alle OGR di Torino e ora vi aspetterà un lungo tour estivo. Come hai vissuto questo periodo?
È stato estremamente impegnativo anche a causa di cambiamenti radicali e trasformazioni profonde della mia vita privata; un passaggio luminoso ma anche doloroso. Già vivere questa mole di emozioni non era facile e poi ci sono state l’uscita di “Terre rare”, un lungo tour promozionale in radio e Tv e il festeggiamento dei trent’anni di carriera in un modo che io stesso non mi aspettavo così clamoroso. Torino ci ha regalato un’attenzione incredibile. In passato ci sono state celebrazioni simili, penso per Pino Daniele a Napoli o Antonello Venditti a Roma, ma non credo sia mai capitato che una band intera venisse festeggiata in questo modo dalla propria città. Io stesso ad esempio mi sono emozionato quando per la prima volta ho visto la mostra fotografica sui trent’anni dei Subsonica allestita dal Comune sotto i portici di via Po. Da meditatore, da yogin ho cercato di vivere queste emozioni con il giusto distacco, ma quando sono andato a rivedere la mostra con mia madre, ho visto che anche se lei fingeva un po’ di distanza, da classica piemontese-calabrese, in realtà era commossa. Lì ho capito che questo trentennale di carriera era una cosa grande, che colpiva nel segno.
E poi ci sono stati i concerti alle OGR (quattro sold out in una settimana, 18.000 spettatori, trenta metri di palco con tre ore di scaletta N.d.A.) con un intermezzo acustico e un altro con il primo bassista Pierfunk, con ospiti come Michelangelo Pistoletto, Eugenio Finardi, Johnson Righeira e Willie Peyote… Abbiamo ricevuto una manifestazione di amore enorme. Non mi era mai capitato in questa misura e devo dirti che anche noi sul palco abbiamo vissuto questo evento con gioia, con la voglia di lasciarsi un po’ andare. Per un gruppo strutturato e attento come i Subsonica non è così frequente. Il nostro è un ensemble sabaudo fino all’ultimo gene, abbiamo sempre la paura di esagerare anche, se devo ammetterlo, stavolta lo abbiamo fatto. Alla fine di tutto sono arrivato chiedendomi come diavolo avevo fatto a superare tutto questo! Credo che questo periodo, come diceva il buon Gurdjieff, sia stato uno “shock addizionale”!
“Terre rare” è un disco carico di sonorità particolari, vuoi spiegarne la genesi?
È un disco che rappresenta un salto in avanti, che ha un suono molto organico perché è nato in modo organico. Sicuramente è anche merito della produzione finale di Max Casacci. È stato bravo ad assemblare tutto il materiale e dare il tocco finale. “Terre rare”, così come già l’album del 2024 “Realtà aumentata”, è nato a Piozzo in provincia di Cuneo, nel B&B dell’azienda Baladin di Teo Musso, dove ci siamo raccolti per buttare giù le prime idee. Poi ci siamo spostati in un riad a Essaouira, sulla costa atlantica del Marocco, dove abbiamo buttato giù altre idee. Lì sono venute fuori delle soluzioni meno canoniche del solito, più libere rispetto alla musica che avevamo scritto precedentemente. Per quanto mi riguarda, ho deciso di usare il basso fretless, il basso senza tasti, in modo un po’ disturbante, sorprendente, come insegnava il grande Mick Karn, il bassista dei Japan. “Terre rare” si apre con “Al confine”, un pezzo imperniato su un giro di basso modale (che ruota intorno a un solo centro tonale N.d.A. ) che dà un po’ il tono a tutto il disco. Essaouira non a caso è la capitale della musica tradizionale Gnawa, incentrata su uno strumento che si chiama guembri, che è di fatto un basso senza tasti con tre corde di budello, molto percussivo e risonante. Di solito l’accompagnamento è fatto con una sorta di nacchere tradizionali in metallo, le qraqab, che intessono poliritmie, tipiche di musiche tradizionali meditative come i Raga indiani o il Gamelan balinese, che hanno lo scopo di portare il flusso di coscienza in uno stato più libero.
Tornando ai concerti alle OGR: imbracciando il basso nel primo di questi hai salutato il pubblico dicendo: “Sono molto di più di questo strumento. Io mi occupo di meditazione!”. Vuoi spiegare questa affermazione, che a molti può suonare spiazzante?
Far parte di una band professionista con un grosso seguito può anche a volte farti sentire dentro una specie di gabbia dorata, all’interno di un’identità di gruppo molto forte. Quando avevo cominciato a suonare la mia identità specifica era quella del bassista, di un componente della band. Ora però sono vent’anni che faccio il produttore discografico e il 70% del tempo è dedicato a impegni non relativi ai Subsonica, C’è la la mia musica e poi lo yoga, la meditazione, lo studio quotidiano delle arti marziali. Il primo pensiero con cui mi sveglio la mattina è bere un bicchiere di acqua calda e limone per poi dedicarmi alla pratica yoga, alla meditazione. È la mia attitudine, la mia disciplina personale che poi certamente, tra le altre cose, è anche indirizzata a fare meglio il musicista.
Il flusso della pratica e quello della musica si sono uniti in un’unica corrente e proprio da questa fusione è nata la tua raccolta di musica per meditazione “HSU/L’Attesa” che comprende otto tracce collegate una all’altra. Come è nata questa avventura?
Be’, intanto molte persone mi hanno un po’ spinto in questa direzione. La musica da meditazione, quella da playlist che si trova nelle piattaforme ad esempio, di solito è rilassante, ben fatta, ma carente di contenuto.
È un po’ la differenza tra quella musica preconfezionata, fatta con i loop, il midi eccetera, e la musica Ambient, del quale sono sempre stato un attento ascoltatore e alla quale mi sono avvicinato grazie a maestri come Brian Eno, Jon Hassell o anche approfondendo certi lavori di Burial e Murcof. L’ambient è musica suonata sicuramente non con suoni banali presi da library, e che diventa facilmente contenitore anche di suoni esterni, pensiamo a John Cage ad esempio. Un principio rivoluzionario, che ti permette ad esempio di inserire dentro un pezzo il canto di un uccellino che sta su un albero fuori dalla sala di registrazione.
Quali strumenti hai utilizzato per comporre “HSU/L’Attesa”?
Due campane di cristallo, un tongue drum - sostanzialmente un handpan che si suona con due battenti - un gong, un koshi chime giapponese e altre percussioni particolari e poi basso elettrico, basso acustico, contrabbasso elettrico, guembri, un bastone della pioggia, un Moog Subphatty, un Juno 106 e infine la mia voce che in ogni pezzo intona una OM. In tutto “HSU/L’Attesa” non ci sono ritmi espliciti, non in superficie, ma il tutto è stato registrato a click, un movimento ritmico nascosto che sottende quarantacinque minuti di musica costituiti da droni incastonati uno nell’altro.
“HSU/L’Attesa” è un progetto complesso anche sul piano concettuale. Vuoi spiegarcelo?
Ciascuno degli otto episodi del disco è dedicato a uno degli otto trigrammi del Bagua. Si tratta di un sistema simbolico di origine cinese che comprende tutto l’universo e include in sé l’icona del Tai Chi (o Taijji) , quel cerchio bianco e nero spesso chiamato erroneamente Tao qui in Europa. Tai Chi significa “Suprema Polarità” e si esprime attraverso la pratica del Tai Chi Quan, un’ arte marziale di tipo interno, praticata spesso in modo molto lento, quasi danzante, che sta diventando sempre più popolare anche qui da noi. Gli otto elementi del trigramma indicano otto elementi naturali che designano ogni aspetto dell’esistenza cosmica. L’idea di questo disco era di proporre dei viaggi mentali attraverso ciascuno di questi otto elementi. Si tratta di musica per stare in ascolto di sé.
Hai utilizzato l’accordatura con il La a 432 Hz o quella canonica occidentale a 440 Hz, che alcuni praticanti yoga, come me, giudicano un po’ meno rilassante?
Ho usato l’accordatura a 440 Hz, ma una delle due campane di cristallo, la più piccola, risuona a 432 Hz e infatti genera un lievissimo battimento con gli altri strumenti. Proprio per questo si risolve in una vibrazione interessante, carica di significato.
“HSU/L’Attesa” sta per per essere presentato al pubblico in un grande evento site-specific che si terrà dopodomani, giovedì 28 maggio, ad Aosta. Vuoi parlarcene?
“HSU/L’Attesa" verrà utilizzato per sonorizzare la Sala delle Stele del MegaMuseo di Aosta, il Museo Archeologico Contemporaneo.
Un centro espositivo ricchissimo di reperti megalitici, il cui direttore artistico è Generoso Urcioli, che a lungo si era occupato del Museo d’Arte Orientale di Torino (Mao) e del Museo Schneiberg, sempre a Torino, dove sono esposti preziosi tappeti cinesi. Nel MegaMuseo c’è una sala enorme in cui tra queste stele incredibili, queste rocce scolpite vecchie migliaia di anni, sono disegnati dei percorsi per i visitatori.
A partire da giovedì 28 maggio “HSU/L’Attesa” avrà lo scopo di condurli attraverso questo luogo magico, facendogli vivere un’esperienza fuori dal tempo, facendoli meditare, insomma. Dopo l’esordio ad Aosta “HSU/L’Attesa” uscirà sulle piattaforme e anche, se ce la facciamo, come disco vero e proprio. Così potremo accompagnare alla musica anche liner notes e approfondimenti che spieghino il concetto che c’è dietro il lavoro, quello dei trigrammi del Bagua e del Tai Chi, il principio della Suprema Polarità, che tutto permea, che tutto comprende. Noi. La musica. L’universo.